Uniquique suum: a ognuno il suo modo di tradurre

Come accade per ogni altro lavoro, anche nel mondo della traduzione difficilmente troverete due persone che lavorano esattamente allo stesso modo. Non sto parlando di spazi o di strumenti di lavoro, ma di metodo, vale a dire quell’insieme di procedimenti che ognuno di noi mette in atto per raggiungere un obiettivo, nel nostro caso il testo tradotto.

Con il passare del tempo, ma soprattutto con l’aumentare delle competenze e più in generale dell’esperienza, tutti noi sviluppiamo e affiniamo le nostre tecniche e le nostre abitudini, e appunto il nostro metodo di lavoro. Non si tratta però di un percorso semplice e univoco, e molto spesso chi si trova a muovere i primi passi nel mondo della traduzione si sente spaesato, inadeguato, sprovvisto di una direzione da seguire.

È per questo motivo che oggi voglio provare a raccontarvi qual è il mio metodo, sviluppato in tanti anni di “militanza” nel mondo delle traduzioni tecniche, ma anche quello che ho adottato più di recente per i progetti a cui ho lavorato o a cui sto lavorando in ambito editoriale. In questo caso non si tratta quindi di un metodo vero e proprio, ma di una sorta di “sperimentazione” che con il tempo mi porterà a individuare il mio metodo di lavoro ideale.

Traduzioni tecniche: il mio metodo di lavoro

Come vi ho già raccontato altre volte, mi occupo di traduzioni tecniche (dal francese e dall’inglese) ormai da 10 anni, e sono specializzata in due settori: quello finanziario (prospetti informativi, lettere agli azionisti, bilanci, ecc.) e quello legale (contratti, statuti, atti costitutivi, ecc.).

Spesso e volentieri la gente si stupisce quando dico di lavorare esclusivamente in questi due settori, perché solitamente il traduttore viene visto come qualcuno che si occupa di tutto ciò che gli viene proposto. Io sono invece una convinta sostenitrice dell’importanza della specializzazione, sia per offrire servizi più mirati e testi che siano corretti nella forma e nei contenuti, sia per definire un metodo di lavoro più preciso.

Nel mio caso la scelta di queste due specializzazioni nasce da un interesse personale (per l’economia, facoltà che non ho scelto ai tempi dell’università soltanto perché sono negata per la matematica) e da una propensione a uno specifico modo di scrivere (il famoso “legalese”).

Ma veniamo dunque al mio metodo di lavoro: come affronto i testi che mi vengono assegnati?

Lo confesso, a differenza di qualche anno fa, non leggo mai i testi per intero, perché negli anni ho potuto verificare che i testi appartengono sempre alle stesse tipologie (sia a causa degli standard di settore, sia a causa delle rigide normative imposte ad esempio dall’Unione europea per la stesura di testi finanziari che risultino uniformi agli occhi degli investitori).

Procedo quindi alla prima stesura sfruttando i riferimenti inviati dal cliente (principalmente glossari e memorie di traduzione). Dopo 10 anni ho acquisito la terminologia specifica dei settori di cui mi occupo, e quindi le ricerche che vado a fare online riguardano pochissimi termini che non riconosco fin da subito, o che magari riguardano tipologie di investimenti introdotte solo di recente sul mercato. Avendo fatto mio anche lo stile proprio dei miei settori di specializzazione, mi capita raramente di chiedermi quale sia la consuetudine rispetto alla resa di una determinata frase.

Tutto questo fa sì che la prima stesura scorra via rapida e quasi sempre senza intoppi. Posso quindi procedere alla seconda (e nel mio caso ultima) stesura, durante la quale verifico la corrispondenza esatta di numeri/date/nomi/ecc., l’assenza di errori di traduzione e/o di battitura, e la scorrevolezza generale delle frasi. Come vedete si tratta di un procedimento abbastanza rapido, e il tempo che dedico complessivamente alla traduzione di un testo specifico dipende quasi esclusivamente dal numero di parole di cui quel testo si compone.

L’errore che mi sforzo sempre di non correre è comunque quello di non dare per scontate le mie conoscenze, e quindi nel caso in cui si presenti anche il minimo dubbio su un termine o sulla resa, faccio sempre ricerche approfondite o chiedo direttamente delucidazioni al cliente, perché ovviamente il testo che vado a consegnare deve essere perfetto sotto ogni punto di vista.

Traduzioni in ambito letterario: alla ricerca del mio metodo di lavoro

Eccoci invece alle traduzioni in ambito letterario. Come sapete mi sono avventurata in questo territorio tanto amato quanto sconosciuto solo quest’anno, e quindi quello di cui vi parlerò non è un vero e proprio metodo di lavoro, ma piuttosto un percorso alla ricerca di quel metodo.

A differenza dei testi specialistici di cui mi sono occupata finora, i testi letterari non hanno forme né terminologie prestabilite, e quindi ogni pagina si trasforma in una sorta di corsa nel buio.

Finora mi sono occupata esclusivamente della traduzione di racconti di diverse tipologie (sia ritraduzioni di classici che traduzioni di racconti di autori contemporanei), e non di romanzi, ma l’impegno che ho dovuto mettere in quei racconti credo non si discosti affatto dall’impegno necessario per la traduzione di un intero romanzo.

Per quanto mi riguarda inizio con la lettura integrale del testo, sia per comprenderne il contenuto che per avere una prima infarinata sullo stile e sul tono. Mi è capitato spesso di leggere ad alta voce i passaggi che ritenevo più significativi o che durante la lettura mi erano sembrati avere determinate caratteristiche in termini di suoni e di ritmo.

Procedo quindi alla prima stesura, durante la quale non mi concentro molto sull’esatto significato dei termini (molti li lascio addirittura in lingua originale, evidenziati), ma tendo a rendere la prima impressione che il testo mi ha dato. Il risultato è un testo quasi completamente privo di significato che, se venisse letto da qualcun altro, mi metterebbe probabilmente in cattiva luce. La seconda stesura è quella che mi porta a ricercare i significati dei termini che non conosco, e molto spesso anche di quelli che conosco già, perché nella mia testa suonano in continuazione dei campanelli di allarme che mi dicono “e se non avesse il significato che hai in mente tu?”. A volte è davvero così… In questa fase cerco anche di dare una forma più leggibile alle frasi, mi sforzo di dar loro un senso compiuto nella mia lingua. Se ci sono espressioni o termini che ancora non mi convincono, ancora una volta li evidenzio (ma le evidenziature finali sono ormai ben poche rispetto alla prima stesura).

Ed eccoci alla terza stesura (ancora con il testo originale a fronte): mi concentro prima sulle evidenziature rimaste e le elimino una a una facendo ricerche più approfondite e cercando di giungere a una soluzione che mi soddisfi. Poi ricomincio da capo e verifico di aver tradotto proprio ciò che c’era scritto nel testo originale, verificando che anche il tono e il ritmo siano corretti.

Durante la prima revisione rileggo la mia traduzione e mi soffermo sui punti che non mi sembrano scorrevoli in italiano. Spesso leggo ad alta voce e lancio qualche rapida occhiata al testo originale, se ce n’è bisogno. Durante l’ultima revisione vado invece alla ricerca di refusi o di frasi che non abbiano ancora un senso compiuto (almeno secondo me): si tratta di una lettura lenta, che si concentra su ogni singola parola, a cui faccio seguire un’ultima lettura più rapida che mi dia un’idea del risultato finale.

Trovo comunque che i testi letterari siano dei veri e propri campi minati, perché dietro a ogni termine si nascondono dei mondi sconfinati che molto spesso non si manifestano fin da subito. E dunque l’attenzione deve essere in ogni momento al suo massimo. In questo caso l’esperienza può sì aiutare, ma non sarà lei a servirci le soluzioni giuste su un vassoio d’argento. Saremo noi, soli con la nostra concentrazione e il nostro ragionamento, a dover fare ogni volta uno sforzo in più per far sì che sulla pagina abbia luogo una vera e propria magia.

Come vi dicevo, quello che sto adottando in ambito letterario è comunque un metodo che sto costruendo giorno dopo giorno, anche se immagino che ci vorranno molti altri anni di duro lavoro prima di poterlo definire una vera e propria routine. Mi sono dilungata fin troppo, e quindi adesso giro la domanda a voi: qual è il vostro metodo di lavoro? Siete abitudinari o adottate ogni volta un metodo diverso a seconda del testo che vi trovate di fronte? Raccontatemelo, se vi va, e grazie a tutti voi che avrete avuto la pazienza di leggermi fino a qui! 😉

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